La tensione aumenta, e con essa la paura. Nel gennaio 2011 il sud Sudan andrà al voto per decidere se rendersi indipendente o rimanere a far parte di un unico stato sudanese. Il referendum era stato concordato nell’ambito del cosiddetto “Accordo di Pace Globale“, siglato nel 2005 tra il governo di Khartoum e l’SPLF, il “Sudanese People’s Liberation Front” nel sud.
«Il referendum è il tema che domina l’attualità in Sudan», dice Lawrence Lodu Kose, vicario generale della diocesi di Juba, durante una visita alla sede internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) a Königstein, in Germania. La gente nel sud del Paese teme che il governo nel nord possa comprare i voti o cercare di manipolare il risultato del referendum, mentre nel nord si teme di perdere il controllo delle ricche riserve petrolifere nel sud, spiega il cinquantasettenne padre Kose.
Finora i leader politici di entrambe le parti non sono stati capaci di raggiungere accordi sulle questioni di base; ad esempio, sarà concesso il voto ai rifugiati del sud che ancora vivono al nord? Anche i sudanesi che tornano dall’estero hanno il diritto di voto? Qual è la percentuale decisiva di popolazione che permetterà di giungere all’indipendenza? Ed inoltre non è ancora chiaro come debba essere organizzata la votazione. Già durante le elezioni presidenziali molti elettori hanno protestato perché non erano stati registrati. In particolare erano state escluse le tribù nomadi che quindi non avevano una residenza fissa. Ed ancora bisogna tenere presente che nel sud ci sono molte aree contaminate dalle di mine, circostanza che rende ancora più complicata la partecipazione alla votazione.
Ampi settori del Paese e della popolazione non hanno guadagnato nulla dai profitti derivanti dallo sfruttamento del petrolio che avrebbe dovuto servire alla ricostruzione del Paese. Le infrastrutture, in quelle che sono state le zone dei combattimenti nel sud, sono inadeguate; mancano scuole, ospedali strade, etc. Centinaia di migliaia di persone non hanno nemmeno l’acqua potabile. Fino ad ora il governo di Khartoum non ha saputo dare niente di più che vuote promesse. La sola cosa fiorente è la corruzione.
In molte dichiarazioni i vescovi hanno fatto ripetutamente appello alla pace ed alla riconciliazione, chiedendo un nuovo

inizio in Sudan. Come spiega padre Lawrence «
la Chiesa non sta cercando in alcun modo di influenzare il referendum. Ma le persone hanno il diritto all’informazione ed al rispetto dei loro diritti».
Il vicario generale della diocesi di Juba non ha dubbi sul fatto che il suo Paese è all’inizio di un periodo difficile ed incerto ed aggiunge: «È fondamentale che altri Paesi accompagnino questo processo, ma soprattutto abbiamo bisogno della preghiera se vogliamo intraprendere con successo un nuovo inizio».